sabato 2 giugno 2018

GLI UCCELLI, I PRIMI RE

(un racconto di Agostino Spataro)*



Uccelli di casa mia (foto a.s.)
... Joppolo Giancaxio (Ag) é divenuto un paese-voliera, un esempio della grande contraddizione che tormenta il sud italiano: essere al contempo luogo di emi­grazione e d’immigrazione, senza gio­vani e con molti uccelli. A chi il futuro? Agli uccelli o a qualche famiglia di rumeni? Avremo per sindaco un pettirosso? Magari! ...

1...              L’uomo sembra aver perduto l’abitudine, il piacere di guardare il cielo. Sempre più prigioniero del delirio urbano, l'uomo ha modificato la sua relazione con il cielo. Prima in esso cercava la guida per i suoi viaggi, i segni del suo destino. Oggi l’ignora. Quasi nessuno si ferma a osser­vare i fenomeni, le congiunzioni astrali, le evoluzioni del padre sole, della sorella luna…
Nemmeno i poeti e gli amanti, a quanto pare. I nostri orizzonti sono diventati corti, stantii, fatti di carta e di latta luccicante. Guardiamo al suolo e, ancor più, al sottosuolo che bramiamo penetrare, devastare per trarne veleni e torbidi profitti.
Nel cielo, nei cieli, nelle profondità abissali dell’universo si celano i misteri delle nostre origini e le residue speranze della sopravvivenza dell’umanità.
La perfidia e l’imbecillità degli uomini stanno distruggendo il pianeta in cui viviamo. Si dovranno cercare altri mondi. Li stanno cercando… nel cielo infinito.
Per altro, c’è da dire che da quando l’uomo non guarda più il cielo si perde il grandioso, enigmatico fluire delle notti e il meraviglioso spet­tacolo che di giorno offrono gli uccelli.
E degli uccelli desidero parlare, di questi esserini fragili e gai che possiedono la facoltà più ambita, a noi preclusa: la libertà di volare con le proprie ali. Gli uccelli, nostri diffidenti compagni di vita, che abbiamo rinnegato, separandoci da loro, forse, per sempre.
Eppure, sono sempre lassù sugli alberi, sui tetti, sulle cime delle colline. Nel cielo possibile. Come noi, prima di noi, abitano la Terra di cui hanno bisogno per vivere. Partono e ritornano. Volano ma poi at­terrano per cercare acqua e cibo. Per nutrirsi.
Da quando è mondo, osservare il volo degli uccelli è stata un’attività ricreante e assai proficua.
Gli oracoli interpretavano il volo per predire le sorti di una guerra, di un viaggio, di un amore. Il genio di Leonardo per captarne il principio e costruire una macchina volante: l’aereo che giunse dopo quattro se­coli.
Altri, come noi, per il mero diletto.

2...              Osservando la vita degli uccelli viene da chiedersi: è davvero bella, spensierata come appare?
Già nell’antichità, l’interrogativo circolava. Aristofane[1] lo mette in bocca a Pisitero che lo rivolge all’upupa, la quale così rispose : “Beh! Non ce la passiamo male. Per prima cosa qui si deve campare senza porta-foglio… Ci nutriamo nei giardini di sesamo bianco, di mirto, di papaveri, di fichi…”
Senza tanto scomodare i classici, si può dire che gli uccelli sono natu­ralmente felici. Perché hanno le ali, volano.
Da lassù, dalla fascia celeste a loro riservata, vedono il mondo, le cose terrene da un punto di vista davvero invidiabile.
Sulla felicità dei volatili concorda anche il dialetto siciliano quando per dire vagabondare spensierati, usa “anciddriari” un verbo fascinoso e lieve che evoca la bella vita degli uccelli (“anceddri”).
L’uccello è felice, spensierato. L’uomo, da sempre, desidera imitarlo con esiti talvolta disastrosi (Icaro). Anche metaforicamente, come con­siglia Victor Hugo: “Siate come l’uccello posato per un istante su dei rami troppo fragili, che sente piegare il ramo e che tuttavia canta, sa­pendo di avere le ali.” Tutti felici gli uccelli? Non proprio tutti.
Vi sono quelli ancora vittime di una truce caccia, quelli davvero disgraziati, chiusi in gabbia per il piacere degli sciocchi.
Qualche volta, allo sbocciare della primavera, mi è capitato di vedere, lungo la provinciale che porta al ca­poluogo, una rara razza di uccelli suicidi lanciarsi contro il parabrezza dell’automobile e morire sfracellati.
E dire che - sempre secondo Aristofane - gli uccelli furono i primi re. Ancora Pisitero che parla:
“Perché tanta pena mi prendo per voi, che una volta foste re…di tutto il creato, di me per primo, di Zeus stesso: voi siete i più vecchi, nati prima di Crono e dei Titani e della Terra…
Esopo raccontava che l’allodola era l’uccello nato prima degli altri, ancora prima della Terra. Poi il padre le morì di malattia: siccome non c’era la Terra, rimase esposto quattro giorni. Lei non sapendo come fare, per la disperazione, seppellì il padre nella sua testa…” (* op. cit.)
Che forza la mitologia ellenica!
Riesce a trasformare la piccola testa di un uccello da sede del pensiero in sepolcro, in luogo di morte, come nel caso del padre dell’allodola, o in utero divino, in luogo di vita, la testa di Zeus da cui nacque Atena, per partenogenesi.



Foto da Google


3...              Torniamo alla realtà dei nostri uccelli che vediamo scorazzare nel cielo plumbeo di questo nuovo secolo che si preannuncia alquanto incerto per tutti gli abitatori del Pianeta, in larga parte avvelenato.
A Realturco (**) il numero dei volatili supera certamente quello degli umani. E non potrebbe essere altrimenti visti anche i ritmi e le dinami­che riproduttive assai divaricanti: gli uccelli crescono e gli umani decrescono. Una decrescita preoccupante, con­fermata dalla fredda statistica che evidenzia un pesante saldo demografico negativo che fa temere, addirittura, per la continuità del ciclo vi­tale.
Nemmeno l’arrivo di gruppi d’immigrati è riuscito a compensare il divario, a bloccare la grave tendenza, rafforzata anche dalla ripresa dell’emigrazione dei giovani del luogo.
E così, il nostro borgo si sta trasformando in una sorta di paese-voliera che potrebbe molto interessare la benemerita associazione detta “Lipu”.
Realturco é un piccolo campione di una contraddizione più grande e diffusa che tormenta il sud italiano: é, al contempo, luogo d'emi­grazione e d’immigrazione. Paesi condannati a vivacchiare senza gio­vani e senza speranza e con molti uccelli.
A chi il futuro? Agli uccelli o a qualche famiglia di rumeni?
Avremo per sindaco un pettirosso? Magari!
A volte penso che se estendessimo il diritto di voto anche ai volatili probabilmente gli umani perderebbero il monopolio del governo delle città e degli Stati. Potremo abituarci a condividere il potere con loro? Almeno per il momento, siamo lontani da una “democrazia totale” os­sia rappresentativa della totalità degli esseri viventi sul Pianeta. In caso affermativo, gli uomini perderebbero il primato!
Pazienza. Visto che, per altro, lo abbiamo esercitato male.

4...              Il paese e le campagne intorno sono divenuti rifugio e campo di baldanzose scorrerie per migliaia di passeri, piccioni, colombe, pipi­strelli, rondini, gazze, fringuelli. È ricomparsa perfino la cinciallegra. Per il mio diletto. Una mattina di qualche anno fa, interruppi il lavoro perché attratto dal canto melodioso di una coppia di cinciallegre che amoreggiavano sui rami del nespolo.
Che spettacolo! E quanta invidia!
Il progresso economico, il benessere piuttosto diffuso, hanno favorito l’innalzamento dell’età media, le aspettative di vita degli umani.
Anche gli uccelli ne avranno usufruito. In genere, vivono più a lungo, muoiono di vecchiaia, (nel “proprio nido” si potrebbe dire), poiché di­spongono di più cibo e sono meno esposti alle truci pratiche venatorie.
Il pericolo più grave, esiziale per i volatili sono gli effetti nocivi dell’inquinamento, dei pesticidi. 
A differenza dell’uomo, costretto a vivere con i piedi per terra, loro possono volare e così attu­tire il danno derivato dai focolai d’infezione.
Nel mio quartiere, dove c’è ancora un po’ di verde, gli uccelli la fanno da padroni. È vero: creano qualche inconveniente pratico.
Tuttavia, la loro presenza ci diletta e ci conforta. È una buona notizia: vuol dire che l’inquinamento non ha raggiunto livelli insopportabili per la vita degli uccelli. E per la nostra.
Fra gli “stanziali”, la famiglia prevalente è quella dei passeracei che nidificano sugli alberi, sotto i “canala” (tegole) delle vecchie case, e si riproducono in numero davvero impressionante.
Importante è anche la presenza degli “stagionali”. Fra questi le rondini che, a volte, attendiamo con ansia nei primi giorni della primavera.
E se tardano, le coscienze più sensibili se ne preoccupano. Per fortuna, sono sempre arrivate.
Finché arriveranno le rondini c’è speranza, poiché la loro presenza de­nota una condizione ambientale accettabile, vivibile.

5...              Vi sono poi altri gruppi di volatili benvoluti o invisi, secondo il punto di vista. In primis le gazze (“carcarazzi”) che con la loro livrea nera e bianca svettano per eleganza e intelligenza sopra altri gruppi consimili quali merli, corvi e “ciaule”.


Foto da Google

Queste ultime (ciaule) costituivano una colonia numerosa e rumorosa, insediata sulle pareti e negli anfratti della rocca del Duca.
Ogni sera, le vedevamo apparire in stormo sul villaggio. All’ora del vespro, quando le tenebre iniziano ad accecare il giorno. Come una nube scura, s’interponevano fra il sole morente e il paese assorto negli odori fumanti del pranzo serale.
Messaggere delle ombre, volavano a bassa quota e, con voce contratta, gracchiavano la loro solita canzone.
Ho chiesto in giro notizie circa la provenienza di questi bei volatili. Un uomo molto vecchio mi rispose che prima, quando lui era bambino, le ciaule: “Nun si canuscivanu. Li purtà u Duca doppu la guerra ranni. Da tannu sunnu cu nantri.”
Il Colonna non le avrà importate da luoghi lontani. L’uccello doveva essere presente nei dintorni, visto che Luigi Pirandello appioppò il nome di “ciaula” al protagonista di una sua famosissima novella (“Ciaula scopre la luna”).
Oggi, le “ciaule” sono sparite dalla rocca del castello dopo che lo Stato ha voluto spendere 700 mila euro per imbrigliare con reti metalliche la Rocca e… i loro nidi.



6...              Nel cielo lindo volano anche pettirossi e qualche fringuello che nidificano nel folto fogliame. Ultimamente, nella nostra piccola oasi é riapparsa una coppia di “cucucciute”. Uccelli rari, dal piglio elegante, simili all'upupa, sagace messaggera di re Salomone. (***) Non si vedevano da anni, le "cucucciute". Erano come sparite dalle nostre campagne. Temevo che si fossero estinte. Invece, sono qui, timide, impacciate come ospiti inattesi, a me molto graditi.
Fra le due rocche volteggiano la ticcia, il “gufo” (cuccu) ossia il barba­gianni, un abile predatore, che insieme al pipistrello (surcivirdi) domi­nano la notte.
Volteggiano, corrono per individuare la preda a quell’ora in sonno.
Poi calano in picchiata e colpiscono a colpo sicuro. Presto spariscono con uno sfortunato passero in bocca o fra gli artigli. Una, due volte, fino a quando non si saziano.
Una presenza caratterizzante, tanto da spingere i nostri vicini raffada­lesi a rifilarci il “cuccu” come stemma distintivo del paese.
Ci chiamano “cucchi”, “paese di cucchi” così per celia, per sfottò. Forse, sottovalutando la tenebrosa potenza che i superstiziosi e certi politici della “nuova era” attribuiscono ai gufi.
Scherzi, piccole scaramucce da campanile. Per parte nostra, abbiamo ricambiato la cortesia chiamando Raffadali “paese du maccu” che non è un’ingiuria, ma solo una gustosissima crema di fave.
Ogni tanto, nelle campagne di Realturco, di Montefamoso si rivede, volteggiare nell’alto del cielo, il falco pellegrino, predatore audace, preciso e spietato, che attacca tutto ciò che si muove sul terreno o fra l’erba: serpenti, galline, conigli, lucertole, ramarri, talvolta anche agnellini, ecc.
A volte, vediamo apparire piccoli stormi di gabbiani stralunati.
Non si capisce cosa spinge questi uccelli di mare, che si cibano di pe­sci, a sorvolare queste lande d’arida argilla. Si saranno smarriti o va­gano sospinti dalla fame? Come se in questo nostro Mediterraneo, sempre più inquinato e affollato di genti affamate, fosse scoppiata una terribile crisi alimentare.

7...              Un discorso a parte meriterebbero i piccioni, le colombe. Sono troppi. Si sono impadroniti dei solai, dei sottotetti, di ogni anfratto utile a nidificare. Da quando non c’è più Litteriu che ne riempiva sacchi e carteddri per farne cibo (congelato) prezioso per l’inverno, le colombe si sono moltiplicate a dismisura. Volano a grandi stormi e vanno a posarsi sui campi seminati. Scavano, beccano con una voracità impres­sionante, sistematica, precisa e ripuliscono i terreni senza lasciare un seme.
Una vera piaga per la nostra povera agricoltura. Guai seri per il conta­dino che vede compromesso il raccolto.
E così la colomba da messaggera di pace universale é divenuta prota­gonista di una guerra spietata fra lei e il contadino. Gioie e dolori.
In certi periodo dell’anno, passano i “grò” (le gru) in formazione trian­golare. Vengono dall’Africa, da un continente da cui tutti fuggono. Il loro viaggio sembra essere di sola andata. In autunno, solo piccoli stormi si vedono passare in senso inverso.
Forse, per capire dove sta andando l’umanità dovremo tornare a inter­pretare il volo degli uccelli e confrontarlo con le rotte dei migranti…
Di nuovo oracoli e indovini per le vie del mondo… seguendo le rotte degli uccelli.
Eppure vi sono alcuni che li vorrebbero sterminare. Forse, per invidia del loro privilegio, per l’impossibilità d’imitarli.
Non riesco a immaginare il mio giardino senza la cinciallegra, il pispi­sino, le rondini che squittiscono sui fili del telefono.
Senza più “Vicè”, il capo stormo delle gazze, con il quale pratica­mente parliamo ogni mattina.
Senza la folla di passeri annidati nel fogliame dei rampicanti che av­volgono la casa avita e la grande “Madre roccia”. Non capisco perché tanta gente cerchi altrove il paradiso quando già ci vive!


(*) tratto dal libro “ I fiori del tempo ritrovato”
 https://www.amazon.it/I-fiori-del-tempo-ritrovato/dp/8892325892

(**) Ioppolo Giancaxio
(***) Secondo il Corano, l'upupa riferì a Salomone di aver visto nel reame di Saba una regina (Bilqis) "alla quale é stata data ogni cosa e che ha un trono magnifico..." (in "La notte dello sceicco" A. Spataro, 1994) 


[1] Aristofane “Uccelli” Newton & Compton Editori, 2003.

giovedì 19 aprile 2018

BUDAPEST, sempre più difficile lasciarla.

Laghetto dietro Piazza degli Eroi

Ancora contro il trattato di Trianon






Sinagoga di Obuda

Aquincum

Kiscelli ut.


Organetto

La seducente bellezza della... pubblicità.

Ingresso Palazzo reale di Buda

Cortile Palazzo reale di Buda

Monumento equestre a Eugenio di Savoia nel piazzale centrale del castello reale di Buda. Eugenio fu un grande stratega militare al servizio dell'impero d'Austria. Sconfisse i turchi in due battaglie memorabili e così liberò l'Ungheria e salvò l'Europa dal pericolo d'invasione degli eserciti ottomani. Eugenio era figlio del duca di Savoia e di Olimpia Mancini, nipote del cardinale Giulio Mazarino a sua volta figlio di Pietro, siciliano di Palermo. 

Due bionde al sole. Sotto il Danubio.

Due turisti ebrei e... si vede.

Ingresso al castello di Buda

L'aquila imperiale e la spada

Ponte delle Catene

Cantinaaaaa

Una via di Pest

Il Danubio sotto il monte Gellert

Villa nei paraggi di piazza degli Eroi


Murale

Quel che resta della...campagna elettorale

No comment 


Piazza del Parlamento, manifestazione delle opposizioni dopo (perché non prima?) la clamorosa vittoria di Victor Orban.

Sculture

Sculture


La luna sopra il Castello reale di Buda.

La luna fra il ponte delle Catene e la chiesa di Matyas (a Buda)

Il piccolo Marx. Tornerà "grande". 

(foto di Agostino Spataro, Budapest, aprile, 2018)

domenica 30 luglio 2017

IL MATRIMONIO RINVIATO PER ORDINE RICEVUTO DAL...PARTITO




1...              A una certa età, inevitabilmente, l’uomo diventa più riflessivo e s’interroga su fatti e cose apparentemente banali o dati per scontati. In questi giorni freddi dell’inverno ungherese, avvicinandosi la data, mi sono chiesto che cosa sia in realtà il compleanno. È un anno di vita in più o in meno? In più o in meno, rispetto a che cosa, a quale traguardo? Un anno rubato alla Signora che attende, inquieta, in fondo al viale o aggiunto alla vita fin qui vissuta?
Le risposte non sono facili. Dipendono dal punto di vista personale, perfino dall’umore momentaneo. Nell’incertezza, sarebbe preferibile non festeggiare la ricorrenza. Obliarla, se possibile. Ma come si fa se tutti te la ricordano? Affettuosamente. Ora anche FB.
Quest’anno, addirittura, ho festeggiato due volte il compleanno. Una prima in casa, la sera del 21 gennaio, con Jolikè (alias Laky Ilona Gyongyvér ) la quale, per l’occasione, ha preparato un fritto d’infidi gamberi congelati provenienti dai lontani mari del Sud, esattamente dalla Nuova Zelanda. Il tutto innaffiato con un vivace frizzantino ungherese. Una seconda volta nel nostro ristorante preferito, la sera del 22, per dare soddisfazione alla famiglia, per occhio di popolo come si suol dire. In fondo, onorai le mie due date di nascita. Nacqui due volte, come spiegherò più avanti!

2...              Con Joliké stiamo insieme da più di 45 anni. Un vero record, in tempi di divorzi facili. dire che il nostro matrimonio non si celebrò sotto i migliori auspici. Chiarisco. Fissammo la data per il 26 luglio 1971, a Ecser, in Ungheria.
Il giorno non fu scelto a caso. Era, infatti, quello dell’assalto alla caserma Moncada (26 luglio 1953) da parte delle brigate castriste che, per quanto fallito, segnò l’inizio alla Rivoluzione cubana.
Ma, quel matrimonio fu, inaspettatamente, rinviato per ordine ricevuto dal…Partito.
Cosa accadde? In quel fine luglio, il gruppo dirigente della federazione agrigentina del Pci era impegnato in una difficile discussione interna d’inquadramento, resasi necessaria a seguito delle disastrose (per noi) elezioni regionali di qualche mese prima.
Fu il compagno Emanuele Macaluso, a quel tempo segretario regionale e membro dell’UP (Ufficio politico), a chiedermi, in maniera piuttosto risoluta, di rinviare il matrimonio a dopo la conclusione del confronto sul riassetto dirigenziale cui ero personalmente interessato.
Opposi le mie ragioni ma non ci fu verso. Evidentemente, non risultai convincente. D’altra parte, ero perfettamente al corrente che il “Partito viene prima di tutto”. Ero convinto di questo assunto, tanto da notificarlo alla mia futura sposa. Accettai a malincuore il rinvio, senza polemiche, senza risentimenti. Questa era la prassi del Pci da tutti volontariamente accettata. Per noi, il Partito era lo strumento principale della lotta per la libertà e l’emancipazione dei lavoratori e, in quanto tale, lo vedevamo come una sorta di “entità suprema” che ogni militante e dirigente doveva difendere e rafforzare.
Oggi, un fatto del genere risulterebbe incredibile. Ma vi assicuro che così andarono le cose. Lo possono testimoniare tanti compagni e amici che in quel 26 di luglio ci inviarono telegrammi (che conservo da qualche parte) augurandoci “mille di questi giorni”.
Un augurio un po’ amaro, beffardo. Soprattutto per la povera Elena che, dalla lontana Ungheria, non si capacitava del fatto che si potesse rinviare un matrimonio per ordine del Partito. Un fatto inaudito anche da loro che, pur vivendo in regime di “partito unico”, non riuscivano a comprendere la nostra rigidità disciplinare. La notizia era talmente incredibile che temette un mio ravvedimento, in extremis.
In realtà, il matrimonio fu celebrato una settimana dopo, il 31 luglio del 1971 a Ecser, in provincia di Budapest, in modo molto sobrio e “allietato” da alcuni episodi stravaganti, perfino divertenti.
Fra i quali ricordo il ritardo accumulato dai miei due testimoni di nozze, Angelo Capodicasa e Giovanni Sacco, i quali giunsero in Ungheria in “500”… otto giorni dopo la celebrazione del matrimonio.
Se avrò tempo e gana, pubblicherò altri particolari di questo mio pazzotico matrimonio ungherese.

3...              Nonostante tutto ciò, la nostra lunga unione si è cementata nel tempo. Con Elena, che col tempo iniziai a chiamare Joliké [1], abbiamo attraversato la vita, il nostro tempo. Abbiamo lottato, sofferto e gioito sorretti da un grande affetto, da una solida intesa che ci ha consentito di creare una bella famiglia, al di fuori di ogni legame di sangue, nello spirito della solidarietà umana che è il fondamento del nostro Ideale. Mai rinnegato.
45 anni! Non sono robetta. Invece di farci i complimenti, le persone si mostrano sorprese per la nostra lunga convivenza.
Vogliono conoscere il “segreto”.
Ricordo che una sera, passeggiando con Jolikè nella centralissima Deak ter di Budapest, ci fermò una ragazza che stava festeggiando con le amiche l’addio al nubilato. Anche lei ci domandò il “segreto” della nostra lunga unione. Le risposi: “La corda lunga”.
“Nem ertem”, la promessa sposa non capì ma non si arrese.
Cercai di chiarire l’apodittico concetto con la metafora dell’asino di Vastianu. Pregai Joliké di tradurre.
Il segreto sta nel “legare” il coniuge con una corda piuttosto lunga affinché, se gli va, possa muoversi un po’ liberamente nei dintorni. Poiché, se la corda è troppo corta, potrà spazientirsi e scappare, come fece l’asino di Vastianu che il padrone legò corto per averlo vicino durante la notte.
Dopo una giornata di duro lavoro, l’asino desiderava raggiungere un’asina che pasceva nel podere contiguo, ma ne era impedito dalla corda troppo corta. Spazientito, estirpò “u pizzucu” che l’incatenava e sparì nella vastità della campagna.
E, così, Vastianu perse l’asino con tutta la corda…

4...              Ma torniamo al compleanno. Vorrete, forse, sapere perché lo festeggiammo due volte, in così rapida successione.
È presto detto. Per l’anagrafe, nacqui il 22 gennaio del 1948. Alcuni amici, per celia, sogliono anticipare di un secolo questa data.
Anticipazione che accetto di buon grado poiché il 1848 segnò l’inizio della epopea risorgimentale in Sicilia e in Europa. Il famoso “48” della storia.
In realtà, nacqui - come più volte mi assicurò mia madre - alle ore 22 del 21 gennaio del 1948. Mancavano solo due ore al nuovo giorno e mio padre pensò bene di “rivelarmi” per il 22, per “farti guadagnare un giorno in caso di guerra.”
Mi spiego: mio padre, il quale, poveretto, fra leva, richiamo al fronte e prigionia in un lager nazista - si era fatto sette anni di servizio militare volle spostare di un giorno la mia nascita nel timore che, fra 18-20 anni, qualche esaltato dittatore o un guerrafondaio democratico potesse dichiarare una nuova guerra.
Guadagnare un giorno poteva significare guadagnare la vita. Sì, perché se la “chiamata alle armi” si fosse fermata al giorno precedente a quello di nascita si poteva evitare la temutissima “cartolina-precetto” e la “partenza” per il fronte.
Ovviamente, ci voleva anche un po’ di fortuna. Tuttavia, tanti si sono sottratti alle tragiche incombenze della guerra proprio per il fatto di esser nati il giorno dopo la scadenza del bando.


5...              A questo punto avrei voluto aprire una parentesi graffa (ma sulla tastiera non trovo il tasto) per rilevare un inquietante mutamento d’approccio verso la guerra da parte delle nuove generazioni. Ai tempi dei due conflitti mondiali si aveva il terrore della cartolina-precetto e per evitarla taluni si auto-invalidavano. Oggi tanti giovani, per lo più inoccupati, fanno la fila, brigano per essere incorporati nelle forze armate professionali e inviati in rischiose missioni militari all’estero: dall’Afghanistan al Libano, dall’Iraq alla Somalia, ecc.
Certamente, ci saranno ragioni culturali, etiche d’induzione alla guerra (che inizia con i bambini davanti i “wars games”), un’attrazione del lauto soldo, ma prima di tutto c’è una questione sociale irrisolta, un problema serio di occupazione e di mancanza di prospettiva professionale.
Insomma, l’arruolamento retribuito come soluzione del problema del lavoro che non c’è.
Poiché, credo che nessuno, tranne pochi esaltati, ami la guerra, il rischio della morte propria e delle tante procurate.
Tale tendenza, per altro, fa risaltare di più il valore di quell’oculata, innocente precauzione di mio padre che, però, non mi avrebbe consentito di festeggiare il compleanno insieme con quello della nascita del Pci, il partito che ho amato e servito come un figlio devoto, che cadeva il 21 gennaio. Capirete che anch’io un po’ sto celiando. Anche perché mio padre, che era lontano dalla politica, non poteva apprezzare tale, singolare coincidenza celebrativa.

6...              Poiché siamo in argomento, desidero fare un’altra preci-sazione: io non sono il secondo figlio di tre, come appare dalla configurazione attuale della mia famiglia, ma il quarto di cinque.
Nel senso che i miei genitori (Pietro, ultimogenito di nonno Calogero, il “viaggiatore”, e Giovanna Cultrera, ultimogenita di nonno Agostino, rinomato poeta dialettale) ebbero in tutto cinque figli: due (Calogero e Francesco) nati prima dello scoppio della guerra e morti in tenerissima età. Il secondo, vista la morte del primo, fu “votato” a San Francesco di Paola (patrono del paese ma un po’ pigro nel fare miracoli). Difatti, va fortissima una piccola Madonna!
Tre nati successivamente ossia un altro Calogero, io e mia sorella Zina.
A questi due fratelli morti neonati, probabilmente, devo la mia venuta al mondo poiché se fossero sopravvissuti, forse, i miei si sarebbero fermati… a tre.
Per altro, aggiungo un particolare assurdo quanto disdicevole, che denota la logica disumana del fascismo, legato alla nascita e alla morte dei due fratellini.
A quel tempo (si era nella seconda metà degli anni ’30), il regime fascista concedeva, per legge, un “premio” in denaro alle coppie che mettevano al mondo figli, soprattutto maschi, da destinare alla patria imperiale e alle future guerre programmate e/o minacciate.
Con i “premi” incassati per la nascita dei due bambini, i miei decisero di fabbricare una stanzetta sopra il fatiscente catoio in cui vivevano, per farne una stanza da letto e deposito stagionale per la “mancia” ossia la riserva di fave e granaglie per sfamare la famiglia durante l’inverno.
Successe che qualcuno, fra i tanti leccaculo del locale fascio, segnalò alle autorità preposte la morte dei due bimbi provocando, di conseguenza, la revoca dei premi che erano stati incassati e investiti. I funzionari furono irremovibili e mio padre fu costretto a restituire, a rate, l’importo percepito.

7...              Di solito, quando si parla di nascite, di lieti eventi ci si sofferma prevalentemente sulla madre, meno sul padre che pure svolge un ruolo insostituibile nel concepimento e nella crescita della prole.
Pertanto, desidero dedicare due parole al mio che era un operaio, un bracciante taciturno e laborioso. Per me era un uomo molto speciale, giacché durante il ventennio, fu uno dei pochissimi abitanti del paese a non iscriversi al fascio.
Non perché fosse un antifascista convinto, militante, ma per un sentimento intimo d’orgoglio e d’anticonformismo. E pensare che aveva un fratello “milite” il quale, potenza del privilegio, all’entrata in guerra dell’Italia restò in paese a presidiare la sicurezza dei suoi amici gerarchi, mentre mio padre, che fascista non era, fu richiamato a combattere una guerra folle dichiarata da Mussolini, su ordine di Hitler.
Come accennato, stette quattro anni alla malora: due di guerra nei Balcani e due di campo di concentramento in Germania, dove fu deportato per essersi rifiutato, dopo l’armistizio, di combattere negli eserciti nazifascisti.
Nel lager i prigionieri erano utilizzati per lavori durissimi in condizioni umilianti, di vera schiavitù.
Tanto da essere meglio noti come “gli schiavi di Hitler”.
Solo raramente, mio padre parlava di questa sua drammatica esperienza che gli valse, soltanto, una medaglia d’onore assegnatagli (alla memoria) dal presidente della Repubblica.

8...              Come scrivo in altra parte, mio padre fu uno degli ultimi “sbandati” a ritornare in paese. Quando fu sicuro d’esser uscito dall’incubo della guerra volle fare un figlio. Per ricominciare...
Così, nacqui io, figlio del dopoguerra, di quella stagione segnata di speranze e turbolenze che vide l’Italia e l’Europa ritornare, lentamente, alla vita, alla libertà, alla democrazia.
Gli uomini rientrati dai fronti o dalle prigioni, per prima cosa, fecero figli, anche se non disponevano di un lavoro remunerativo e di cibo sufficiente per sfamarli.
Procreare era un segno di vitalità, di affermazione di una volontà di rinascita, d’altruismo.
Nel triennio 1948-50, nascemmo una caterva di bambini con dentro i cromosomi del rifiuto, del terrore della guerra e la voglia di progredire oltre i limiti storici dell’atavica, feudale condizione umana e politica.
Vidi la luce in quella stanzetta fredda (del premio revocato), al primo piano di via Salita Panzera, attaccata alla grande madre Roccia e al recipiente del Voltano. Povera madre mia. Per lei sarà stato un travaglio davvero doloroso, complicato visto che pesavo 5,6 kg.
Entrambi, madre e figlio, ce la cavammo bene grazie anche alla perizia della levatrice, signora Maria Cimino.
Mesi dopo, nel 1949, nacquero, con l’ausilio della stessa ostetrica, i citati Giovanni Sacco e Angelo Capodicasa.
Il caso volle che nel comune percorso politico incontrassimo Dino Tuttolomondo, figlio della nostra levatrice e segretario provinciale del Pci, con il quale, a un certo punto, ci scontrammo, non per fatto personale ma esclusivamente per il bene del Partito.
A cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, questi quattro “giancascisi” ci ritrovammo impegnati nella direzione della Federazione provinciale del Pci di Agrigento, talvolta muovendo da punti di vista differenti, in una difficile battaglia politica, anche interna, per bloccare la decadenza del Partito e riportarlo (come poi avvenne) a più alti livelli di consistenza elettorale e di protagonismo politico.
Un confronto doloroso ma necessario, del quale più mi preoccupava lo stato d’animo di quella gentile signora quando avrà saputo del contrasto insorto fra suo figlio e i tre baldi giovanotti che lei aveva aiutato a vedere la luce della vita.

9...              Termino, con una menzione al mio “fratello di latte” alias Giuseppe Sacco (inteso “Peppi di Filippa”) che, per un lungo periodo, sarebbe divenuto compagno di giochi e di lotta politica.
Fratello di latte era chiamato quel neonato il quale, non potendo allattare al seno materno, era affidato alle cure di una puerpera che già allattava il suo. Zia Filippa pregò mia madre di badare al figlio.
Così con Peppi ci ritrovammo “fratelli” che, come due cuccioli affamati, succhiavano dalle medesime “fonti sacre” della vita.
Le mammelle intendo dire che gli antichi rispettavano per la loro sacralità. Adoravano Artemide di Efeso per le sue molte mammelle, simboli di bellezza e di fertilità. Purtroppo, oggi, capita di vederle mercificate da ignobili pubblicitari e da sfruttatori senza scrupoli che, forse, le considerano “la cosa più superflua e vuota, essenza vana…” come ebbe a scrivere Ramon de la Serna, celebre scrittore spagnolo. (Ramon Gomez de la Serna, autore di “Seni”, Edizioni Dell’Oglio, 1978)
Mia madre non era una balia. Accettò solo per pietà umana. Era una donna forte e generosa e, seppure vivesse in condizioni di povertà, allattò quel bimbo come se fosse stato il mio gemello.
Zia Filippa, che certo capiva la situazione, ogni tanto portava, col bambino, una “mbroglia di pani” e un po’ di brodo di gallina caldo nel portapranzo. Allora il “pranzo” non si consumava a tavola, ma si “portava”, anzi si trasportava, dentro ciotole e camelle (contenitori di alluminio), di casa in casa o per le vastità delle campagne. Con quelle poche sostanze, mia madre continuò ad allattare i due “ladroni”, come simpaticamente ci avevano ribattezzato.
Tempi duri quelli, ma anche di umana solidarietà fra poveri. Specie fra queste orgogliose madri del Sud che fecero (continuano a fare) enormi sacrifici per allevare e far crescere i figli che avrebbero visto partire per il Nord che, sovente, si è mostrato ingrato.
Comunque sia, un progresso c’è stato: mentre prima i giovani partivano per la guerra e molti non tornavano più, oggi partono per studiare, per lavorare e d’estate ritornano al paese. Solo d’estate.
Il problema, il nostro grande problema, è quello di vedere cosa fare sul serio per farli restare nel Sud, vicino alle loro madri.


[1] Mio suocero Laky Karoly, cultore della storia del popolo magiaro derivato dagli Unni, impose al figlio il nome di Attila e alla figlia quello di Ilona Gyongyvér che vuol dire “Sangue della sorella di Attila”. Con un nome così lungo e impegnativo s’imponeva un vezzeggiativo: Jolikè.
(in:  "IL CAVALIERE E LA NOTTE" http://www.lafeltrinelli.it/libri/agostino-spataro/cavaliere-e-notte/9788892326071)