lunedì 24 aprile 2017

25 APRILE. FESTA DELLA LIBERTA' E NELL'UNITA' ANTIFASCISTA


Pietro Spataro - Sei anni fra servizio militare e prigionia in un lager nazista in Germania, come attesta questa medaglia del Presidente della Repubblica conferitagli postuma (purtroppo)




IL RITORNO DEL PADRE*

1...              La guerra era finita da un pezzo. In tutto il mondo si festeg­giava la vittoria sul nazifascismo, il male assoluto. Anche nei Paesi che avevano attizzato la guerra. Buona parte dei sopravvissuti erano tornati a casa o erano sulla via del ritorno. Cominciavano ad arrivare anche alcuni morti. L’atmosfera che si respirava era di gioia per la fine di un incubo durato quasi sei anni. Il fine-guerra cancellava le colpe e le ferite. La gente aveva  voglia di vita, di cambiare pagina.
Soltanto una particolare categoria di belligeranti tardava ad arrivare. Erano i co­siddetti “sbandati” i quali, a decine, a centinaia di migliaia, si aggirava­no fra le rovine dell’Europa e per i deserti d’Africa.
Sbandati? No. Non erano sbandati ma uomini coraggiosi che, dopo l’otto settembre del 1943, rifiutarono di  combattere per i nazifascisti.
Fra questi “sbandati” molti gli italiani (600 mila). i quali, restarono fedeli al giuramento fatto al re d’Italia, pur avendo saputo del monito terri­bile che i nazisti diedero ai nostri soldati a Cefalonia, dove furono uccisi, a sangue freddo, cinquemila militari della divisione “Aqui”.
…Gli “sbandati” vagavano da un punto all’altro dell’orribile “teatro” della guerra: dalla Russia alla Germa-nia, dai Balcani alla Francia, dalla Libia all’Egitto, all’Abissinia, ecc.
Dopo anni di feroce scannamento, seguirono la lugubre prigionia, le umiliazioni, le privazioni, il freddo, la fame nei lager nazisti.
Non furono considerati “prigionieri di guerra” ai sensi delle conven­zioni internazionali, ma semplici “internati”, per poterli brutalmente sfruttare nei campi di lavoro nazisti e per non dovere, domani, risarcire i danni provocati dalla prigionia. Ancora oggi questa è la posizione della Ger­mania ricca e democratica.
Dopo la disfatta totale del regime di Hitler, la conquista di Berlino da parte dell’Armata rossa (quello sì fu un vero crollo!), partirono, a piedi o con mezzi di fortuna, senza cibo e ricovero, laceri e disperati, verso casa, verso le mogli abbandonate e i figli che non avevano visto nascere e crescere.

2...              Fin dagli inizi del maggio 1945, cominciarono ad arrivare a Realturco i primi reduci provenienti dai diversi fronti. Uomini sopravvissuti alla più grande catastrofe del secolo, che erano stati in­truppati con la promessa di abiette conquiste di (in)civiltà, stavano tor­nando  malconci, denutriti, malati. Alcuni con le ferite ancora fasciate.
Comunque, vivi. Scendevano ad Aragona Caldare dalle tradotte che tra­sportavano zolfo e salgemma a Porto Empedocle. Molti erano rimasti indietro o erano dati per “dispersi”.
“Disperso” è una parola ambigua. Specie quando da aggettivo si trasforma in sostantivo poiché incorpora una condizione terribile per chi lo è, diventa un eufemismo angoscioso per i familiari che aspettano.
Arrivavano con il contagocce. Uno, due il giorno. Certi giorni nessuno.
Sul paese aleggiavano la speranza e un gioioso fervore, ma anche un inconfessato timore.
Sulla rocca, sulle alture del paese c’era sempre qualcuno che scrutava l’orizzonte a Oriente, verso Aragona, Comitini, le Macalube, i pozzi di “cravunaru”, la trazzera contorta di “passu Ragona”.
... Uomini irriconoscibili, trasfigurati dalla fatica, dalle atrocità della guerra. Occhi che cercavano altri occhi. Poi un grido: “Papà”, “Figliu beddru di l’arma”.
Erano arrivati solo due “sbandati” per la gioia di due famiglie. E gli altri? Delusi, risalivano verso le case. Riprendeva l’attesa...

3...              Dalla fine della guerra erano passati tre mesi e ancora mio pa­dre non era arrivato. A parte i morti accertati o dati per dispersi in Rus­sia, all’appello mancavano in pochi.
E fra questi pochi mio padre che doveva rientrare dalla prigionia scontata in un lager nazista, in Germania.
Mia madre cominciava a dubitare dell’arrivo del marito. Non si ave­vano notizie. Qualche reduce era tornato dalla Germania, ma dichia­rava di non sapere nulla di mio padre.
Mia madre capiva il senso di tali ragionamenti e continuava a sperare. Che altro poteva fare? Doveva sperare soprattutto per quel figlio bam­bino che vedeva arrivare i papà degli altri e mai il suo che, per altro, non conosceva.
Lillo, infatti, era nato nell’ottobre del 1941, pochi mesi prima che papà fosse inviato al fronte d’Albania. Sapeva di avere un padre, senza averlo mai conosciuto per davvero.
Con la guerra, succede anche questo: padre e figlio possono morire senza essersi conosciuti.
Una sera d’agosto, mio padre arrivò mischiato in un gruppetto di reduci. Alla Fontanazza si creò una gran confusione. Chi correva di qua, chi di là. Ognuno cercava il padre, il fratello, il figlio.
Lillo, che come detto non conosceva il padre, a ognuno che vedeva impolverato, circondato da un nugolo di persone contente, domandava: “Tu chi si me patri?”
Quello non gli dava retta. Correva verso un altro: “Chi si me patri?”
Alla fine si trovarono, si abbracciarono e crebbero insieme per un lungo tratto della loro vita.                                    

6…       Fin qui il racconto di mio fratello Lillo, al quale desidero aggiungere un ricordo di mia madre ovviamente raggiante di gioia per il ritorno del marito.
Papà, rifocillatosi alla belle e meglio, si sedette al tavolo con la sua piccola famiglia ritrovata e con i parenti più intimi.
Si accorse che mancavano i suoi di parenti, del lato Spataro. Non capiva quell’assenza. Forse non erano stati avvisati? 
Domandò: “Dov’è me patri? Perché non è venuto?”
“E’ andato in campagna. Non immaginava che saresti tornato oggi. Sai da quanto che aspettiamo…”, gli rispose mia madre.
“E mia sorella Carmena dov’è? Abita ca vicinu.”
“E’ rimasta a casa picchi è malata. Po vi viditi.”
“E Mita unné. Mancu iddra vinni.”
“E’ intra ca bada a lu furnu. Sai u travagliu…”
“E me matri………….”
 Nessuno rispose. A questo punto, si rese conto che le risposte non erano veritiere, ma nascondevano una tragica verità. Scoppiò in un pianto dirotto, incontrollabile.
Scoprì che in quei cinque anni, fra fronte e prigionia, era scomparsa metà della sua famiglia senza che lui ne sapesse nulla.

* Brani tratti da "I FIORI DEL TEMPO RITROVATO"  (in corso di stampa)





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