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| Pietro Spataro - Sei anni fra servizio militare e prigionia in un lager nazista in Germania, come attesta questa medaglia del Presidente della Repubblica conferitagli postuma (purtroppo) |
IL RITORNO DEL PADRE*
1...
La guerra era
finita da un pezzo. In tutto il mondo si festeggiava la vittoria sul
nazifascismo, il male assoluto. Anche nei Paesi che avevano attizzato la
guerra. Buona parte dei sopravvissuti erano tornati a casa o erano sulla via
del ritorno. Cominciavano ad arrivare anche alcuni morti. L’atmosfera che si
respirava era di gioia per la fine di un incubo durato quasi sei anni. Il
fine-guerra cancellava le colpe e le ferite. La gente aveva voglia di vita, di cambiare pagina.
Soltanto
una particolare categoria di belligeranti tardava ad arrivare. Erano i cosiddetti
“sbandati” i quali, a decine, a centinaia di migliaia, si aggiravano fra le
rovine dell’Europa e per i deserti d’Africa.
Sbandati?
No. Non erano sbandati ma uomini coraggiosi che, dopo l’otto settembre del
1943, rifiutarono di combattere per i
nazifascisti.
Fra
questi “sbandati” molti gli italiani (600 mila). i quali, restarono fedeli al
giuramento fatto al re d’Italia, pur avendo saputo del monito terribile che i
nazisti diedero ai nostri soldati a Cefalonia, dove furono uccisi, a sangue
freddo, cinquemila militari della divisione “Aqui”.
…Gli
“sbandati” vagavano da un punto all’altro dell’orribile “teatro” della guerra:
dalla Russia alla Germa-nia, dai Balcani alla Francia, dalla Libia all’Egitto,
all’Abissinia, ecc.
Dopo
anni di feroce scannamento, seguirono la lugubre prigionia, le umiliazioni, le privazioni,
il freddo, la fame nei lager nazisti.
Non
furono considerati “prigionieri di guerra” ai sensi delle convenzioni
internazionali, ma semplici “internati”, per poterli brutalmente sfruttare nei
campi di lavoro nazisti e per non dovere, domani, risarcire i danni provocati
dalla prigionia. Ancora oggi questa è la posizione della Germania ricca e
democratica.
Dopo
la disfatta totale del regime di Hitler, la conquista di Berlino da parte
dell’Armata rossa (quello sì fu un vero crollo!), partirono, a piedi o con
mezzi di fortuna, senza cibo e ricovero, laceri e disperati, verso casa, verso
le mogli abbandonate e i figli che non avevano visto nascere e crescere.
2...
Fin dagli inizi del
maggio 1945, cominciarono ad arrivare a Realturco i primi reduci provenienti
dai diversi fronti. Uomini sopravvissuti alla più grande catastrofe del secolo,
che erano stati intruppati con la promessa di abiette conquiste di
(in)civiltà, stavano tornando malconci,
denutriti, malati. Alcuni con le ferite ancora fasciate.
Comunque,
vivi. Scendevano ad Aragona Caldare dalle tradotte che trasportavano zolfo e salgemma
a Porto Empedocle. Molti erano rimasti indietro o erano dati per “dispersi”.
“Disperso”
è una parola ambigua. Specie quando da aggettivo si trasforma in sostantivo
poiché incorpora una condizione terribile per chi lo è, diventa un eufemismo
angoscioso per i familiari che aspettano.
Arrivavano
con il contagocce. Uno, due il giorno. Certi giorni nessuno.
Sul
paese aleggiavano la speranza e un gioioso fervore, ma anche un inconfessato
timore.
Sulla
rocca, sulle alture del paese c’era sempre qualcuno che scrutava l’orizzonte a
Oriente, verso Aragona, Comitini, le Macalube, i pozzi di “cravunaru”, la
trazzera contorta di “passu Ragona”.
...
Uomini irriconoscibili, trasfigurati dalla fatica, dalle atrocità della guerra.
Occhi che cercavano altri occhi. Poi un grido: “Papà”, “Figliu beddru di
l’arma”.
Erano
arrivati solo due “sbandati” per la gioia di due famiglie. E gli altri? Delusi,
risalivano verso le case. Riprendeva l’attesa...
3...
Dalla fine della
guerra erano passati tre mesi e ancora mio padre non era arrivato. A parte i
morti accertati o dati per dispersi in Russia, all’appello mancavano in pochi.
E
fra questi pochi mio padre che doveva rientrare dalla prigionia scontata in un
lager nazista, in Germania.
Mia
madre cominciava a dubitare dell’arrivo del marito. Non si avevano notizie.
Qualche reduce era tornato dalla Germania, ma dichiarava di non sapere nulla
di mio padre.
Mia
madre capiva il senso di tali ragionamenti e continuava a sperare. Che altro
poteva fare? Doveva sperare soprattutto per quel figlio bambino che vedeva
arrivare i papà degli altri e mai il suo che, per altro, non conosceva.
Lillo,
infatti, era nato nell’ottobre del 1941, pochi mesi prima che papà fosse
inviato al fronte d’Albania. Sapeva di avere un padre, senza averlo mai
conosciuto per davvero.
Con
la guerra, succede anche questo: padre e figlio possono morire senza essersi
conosciuti.
Una
sera d’agosto, mio padre arrivò mischiato in un gruppetto di reduci. Alla
Fontanazza si creò una gran confusione. Chi correva di qua, chi di là. Ognuno
cercava il padre, il fratello, il figlio.
Lillo,
che come detto non conosceva il padre, a ognuno che vedeva impolverato,
circondato da un nugolo di persone contente, domandava: “Tu chi si me patri?”
Quello
non gli dava retta. Correva verso un altro: “Chi si me patri?”
Alla
fine si trovarono, si abbracciarono e crebbero insieme per un lungo tratto
della loro vita.
6… Fin qui il racconto di mio fratello
Lillo, al quale desidero aggiungere un ricordo di mia madre ovviamente raggiante
di gioia per il ritorno del marito.
Papà, rifocillatosi alla
belle e meglio, si sedette al tavolo con la sua piccola famiglia ritrovata e
con i parenti più intimi.
Si accorse che mancavano i
suoi di parenti, del lato Spataro. Non capiva quell’assenza. Forse non erano
stati avvisati?
Domandò: “Dov’è me patri?
Perché non è venuto?”
“E’ andato in campagna. Non
immaginava che saresti tornato oggi. Sai da quanto che aspettiamo…”, gli
rispose mia madre.
“E mia sorella Carmena dov’è?
Abita ca vicinu.”
“E’ rimasta a casa picchi è
malata. Po vi viditi.”
“E Mita unné. Mancu iddra
vinni.”
“E’ intra ca bada a lu furnu.
Sai u travagliu…”
“E me matri………….”
Nessuno rispose. A questo punto, si rese conto
che le risposte non erano veritiere, ma nascondevano una tragica verità.
Scoppiò in un pianto dirotto, incontrollabile.
Scoprì che in quei cinque
anni, fra fronte e prigionia, era scomparsa metà della sua famiglia senza che
lui ne sapesse nulla.
* Brani tratti da "I FIORI DEL TEMPO RITROVATO" (in corso di stampa)


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